Bocciare in una scuola di classe o bocciare una scuola di classe?

Amina (la chiamerò così) ha sei anni, a settembre vorrebbe iniziare la tanto temuta, ma tanto desiderata prima elementare. All’asilo si trova bene, con tutte quelle amichette. Amina viene da una famiglia marocchina e si trova sulle spalle tutti i problemi connessi al bilinguismo. E’ difficile capirla, quando parla. Anche per me che la conosco da qualche tempo. Ma non per le sue amichette: con loro ha sviluppato una sorta di “esperanto” e si fa meravigliosamente capire. Amina è molto alta per la sua età, dopo tutto entrambi i genitori lo sono. Questa difficoltà linguistica è un problema, dicono le maestre. Forse dovremmo fermarla. E se non quest’anno, almeno il prossimo. Ma Amina ha delle amichette che la capiscono meravigliosamente e non vuole perderle. E poi quelle di un anno più piccole, sono così minute per lei, già alta per le sue coetanee.

Rasheed (lo chiamerò così) fa la terza media. A metà anno è andato a trovare i parenti in Marocco ed è stato via 4 mesi. Non è ovviamente lui il responsabile di questo: ci sono difficoltà economiche per tornare. Ha saltato buona parte del programma e non ci sono speranze per l’ammissione all’esame. Ma Rasheed è un ragazzino sveglio. Pur sapendo la situazione, prova il tutto per tutto. Ha difficoltà ed enormi lacune nel programma. Rasheed è in gamba davvero meriterebbe di proseguire il percorso, ma la legge è la legge: se non conosci la Prima Guerra Mondiale non puoi accedere alle superiori. E questo nonostante sia uno dei più interessati alle tragiche vicende della Seconda Guerra Mondiale e dei più sensibili alle atrocità del Nazismo.

Gianluca (lo chiamerò così) fa la seconda media. E’ pluri-bocciato. Ne ha fatte tante, dal punto di vista comportamentale e vive una situazione paradossale nella quale tutti cercano di dargli una mano che lui non vuole, io per primo. Gianluca è interessato a tutt’altro: i motori, le ragazze, il divertimento. Conosce a memoria ogni parte di scooter, auto e mezzi vari. Spesso gli ho chiesto consigli, non capendo nulla delle spiegazioni tecniche che puntualmente accompagna alla risposta. Tre volte l’hanno bocciato negli anni passati: per rieducarlo, per disciplinarlo o per provare a dargli una formazione di cui necessita. Gianluca però non la vuole. Ha altro per la testa. Conveniamo che sia sufficiente che vada a scuola e proviamo a sperimentare strategie per invogliarlo: per un po’ funziona. Ma poi Gianluca cede e oltrepassa il numero di assenze anche quest’anno e anche quest’anno è “Anno Non Valido”.

Tre storie emblematiche, fra mille. Tre storie che conosco perchè m’hanno coinvolto. Tre storie dalle quali vorrei partire per articolare un ragionamento sulla funzione della scuola e sui metodi educativi imposti, sui quali a mio parere c’è molto da discutere.

Innanzitutto il merito. Questo è il concetto chiave. Una campagna enorme s’è imposta nei più svariati contesti, anche i nostri, secondo cui viviamo in una società che calpesta il presunto merito acquisito con anni di impegni e di studi. In questa corsa in cui si sarebbe trasformata la società ( per comodità perchè non lo chiamate Darwinismo sociale?), molti dei primi verrebbero accantonati per favorire dei protetti. Già, una corsa. Ma fin da piccoli non ci avevano insegnato che per competere bisognerebbe partire tutti dallo stesso punto? Che, anzi, era giusto far partire magari un po’ prima il più lento, il più cicciottello, quello un po’ goffo? Oggi questo merito irrompe nelle classi e impone dei criteri di giudizio e di selezione, di cui le “Prove Invalsi” non sono altro che l’esempio più visibile, ma non il più grave.

Michel Foucault chiamava queste agenzie della formazione (uso questo termine perchè è quello in voga ed è emblematico di come il potere impone la propria strategia dall’uso del linguaggio) “Istituzioni totali”. E intendeva con esse luoghi in cui si operava un allontanamento e un’esclusione dal resto della società dei soggetti che vi prendevano parte, allontanamento guidato con un controllo sempre operato dall’alto e sempre unidirezionale. Oggi a scuola vogliono bambini e ragazzi avulsi dal contesto sociale di riferimento, dal mondo circostante e, soprattutto, privi della capacità di relazione. Essa, anzi, non è più un criterio di giudizio (o non lo è mai stata): asini che non studiano e quindi vanno bocciati.

E’ una strategia complessiva che colpisce la scuola pubblica, come luogo di socializzazione e di meticciato, che impone dei modelli basati sull’apprendimento fine a se stesso e di cui il personale lavorativo diventa allo stesso tempo vittima e carnefice. Vittima perchè anch’esso sottoposto a ridicoli criteri di giudizio; carnefice perchè nella frustrazione di non avere mezzi e possibilità di svolgere il proprio lavoro, è tentato di adottare l’unica risorsa a propria disposizione: attenersi al programma e rinunciare al proprio ruolo educativo-formativo.

Io vorrei una scuola e dei professori che la smettessero di vedere gli studenti come avulsi dal resto della società e della vita. Vorrei una classe nella quale il ritmo non fosse imposto dai più bravi, ma dai più lenti, che la smettesse di adoperare il metodo di lezione frontale e cominciasse a prendere in considerazione la disposizone circolare. Vorrei una classe nella quale la relazione di conoscenza (soprattutto delle rispettive culture di appartenenza) fosse materia curricolare. Vorrei una scuola del tempo pieno che non desse compiti a casa, perchè a casa bisogna fare altro.

Avremmo meno ingegneri, meno conoscenze, meno dottori? Può darsi, ma forse avremo più uomini e donne.

Un personaggio (che se non avesse quel cavolo di “Don” davanti al nome sarebbe molto più studiato e compreso e mi starebbe più simpatico), Don Milani, diceva che la scuola che boccia ha fallito nel proprio compito. Assumiamoci questo assunto come linea guida.

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La società sotto il silos di Adamo.

Sono a cena e squilla il telefono. E’ Sandro. “Giamma, hai visto il telegiornale locale?” No, non l’ho visto. Ci sono i mondiali: si, lo so che andrebbero boicottati ma è troppa la passione. “Alla Fermet un operaio è salito su un silos per protesta. Noi andiamo là.” Sandro è un compagno vero, di quelli di cuore. Lavora al Pignone. La prima volta che l’ho conosciuto voleva picchiare Kaos One (si, il grande maestro del rap) alla nostra Festa Antifascista perchè non aveva intenzione di fare Bella Ciao.

“Noi abbiamo riunione, stasera. Veniamo lì. A dopo.”
Mando un sms agli altri: fra mezzora alla Fermet.

Mentre andiamo in macchina mi immagino scenari, con quella consueta adrenalina addosso che mi prende in alcune situazioni potenzialmente esplosive. Immagino di trovare molta gente, politici e sindacalisti. E poi la polizia, quella non manca mai. Chissà, magari si alza un po’ la tensione. Non penso come alcuni compagni che in una lotta il fattore determinante rimane l’agitazione di piazza che riesci a mettere in piedi. Penso, piuttosto, che l’agitazione, lo scontro assumono un valore quando si incontrano con un’analisi conflittuale, con una partecipazione di massa, con il risultato concreto.

Insomma riflettevo su tutto questo quando arriviamo alla fabbrica. E qui la prima sorpresa: ci saranno non più di 25 persone. Qualche operaio, qualche compagno, il sindaco, i segretari delle organizzazione sindacali.

E gli altri? Le forze della sinistra? Gli operai? I sempre presenti 5stelle? Nessuno.

Mi viene incontro Rinaldo e mi spiega un po’ la situazione. Sul silos c’è Adamo: è lassù e la struttura è pericolosa. Con Rinaldo ci conosciamo da più di vent’anni. Diecimila situazioni condivise. Lui nella sua militanza nei Carc, fedele, io un po’ ondivago, troppo movimentista forse. Qualche volta in disaccordo, ma rispetto e riconoscenza sempre.

La situazione che ci si offre è un paradigma incredibile: in un fazzoletto di terreno la fotografia della società. Un operaio in lotta, disperato. I suoi compagni a sostenerlo, con la difficoltà e la tensione del caso. Il sindaco a rappresentare un possibile canale di mediazione, quando la mediazione è impossibile, semplicemente perchè per una situazione di disperazione che viene affrontata, mille se ne ripropongono. E’ la crisi. Anzi, chiamiamo le cose con il loro vero nome: è il Capitalismo, sono i padroni.

Le forze politiche sono completamente assenti. Non c’è nessuno! La sinistra da salotto, i 5stelle e il loro interclassismo, i consiglieri in cerca di passerelle: nessuno. Questo non è terreno da attraversare, non si possono fare promesse da campagna elettorale. I lavoratori sono stanchi.

E poi nessun’operaio delle altre realtà in lotta. Ma perchè ‘sti sindacalisti non vanno nelle altre fabbriche? Perchè non portano i lavoratori delle altre vertenze? Cosa sta succedendo?

I compagni di lavoro di Adamo ci ringraziano con affetto, quasi sorpresi dell nostra presenza. Noi ci siamo in massa, quasi tutti, chi poteva. Ognuno con la sua funzione, come al solito. Quando ci muoviamo organizzati siamo una potenza. Chi parla coi lavoratori, chi coi pochi compagni presenti, Luca fa le foto. Poi un lavoratore ci mette in contatto con Adamo sul silos. Lo ringraziamo, ci ringrazia. Gli manifesto il mio sostegno. Cerco di nascondere un po’ di commozione nella voce.

Rimaniamo fino a tardi per poi darci appuntamento la mattina dopo all’alba per sostenere Adamo e i suoi compagni. Noi ci saremo. Qualcuno prova a spostare il turno di lavoro, altri di noi arriveranno.

Non ha senso parlare della vicenda in sè, ce ne sono migliaia in tutta Italia, a decine solo da noi. Ha senso piuttosto coglierne il suo significato emblematico. Carpirne le sue piccole lezioni politiche e culturali. Contro i profeti del nuovismo a tutti i costi, convinti che la classe operaia non esista più. Contro il nuovo mantra della politica della partecipazione, ultimo folle concetto-farsa della sinistra istituzionale, che è riuscita a far passare il discorso secondo cui l’attivismo politico è fare qualche conferenza, sbattersi per le elezioni e costruire interventi mirabolanti in consiglio comunale. Contro l’interclassismo dei 5stelle, nella loro nauseante equidistanza fra padroni e operai. Contro l’inattivismo dei sindacati che non riescono nel migliore dei casi, o più semplicemente non vogliono realizzare una vera mobilitazione per il lavoro e contro ‘sta cazzo di società.

Contro tutto questo eravamo lì. E c’era Adamo lassù al freddo nella notte, con la dignità della sua lotta e della sua disperazione.

Ora Adamo è sceso. Sembra che il sindaco di Carrara gli abbia trovato una soluzione, a lui e ai suoi compagni. “Solo la lotta paga”, abbiamo scritto in un comunicato. E solo la lotta ti restituisce quella cazzo di umanità che ci vogliono togliere a tutti i costi. Noi ci siamo e ci saremo. Sempre.

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Otto Marzo. Cosa vorrei?

Ogni qualvolta si avvicina la giornata dell’8 marzo, sento come una sorta di inadeguatezza e di scoramento. Non scopro certo io, e non è certamente da ora che quella che dovrebbe essere una ricorrenza fortemente militante non viene più vissuta come tale. Anzi è stata facogitata dal revisionismo alla moda, triturata, digerita e rigettata come un S.Valentino monosex, una festa del consumo, o peggio come la giornata della libertà di fare ciò che è scientificamente negato tutto l’anno.

Esiste un paese dove una volta l’anno si può scendere in piazza e picchiarsi con coloro con cui si hanno delle diatribe, per risolverle una volta per tutte. E tutto è perfettamente legale in questa giornata. L’8 marzo per molte e molti si è trasformato in una cosa simile: per oggi ti concedo un giorno in cui fare ciò che non puoi fare negli altri 364 giorni. Drammatico e terribile.

C’è poi la componente militante che giustamente non si arrende a queste dinamiche e ripropone ciclicamente le consuete iniziative, fatte di dibattiti e cene militanti, per ricordare quella guerrigliera o per riportare su temi prevalentemente di genere l’attenzione e la riflessione. Tutto molto giusto, molto importante. Ma, e forse sono io particolarmente provato, mi appare tutto come stanco, autocelebrativo, inutile.

Ecco il senso di scoramento, quello scoramento da militante, che ritiene le questioni di genere determinanti per la trasformazione della società. Quell’inadeguatezza da comunista che non riesce a tradurre in un linguaggio allo stesso tempo provocatorio e rivoluzionario da una parte e comprensibile dall’altra, la propria necessità di incidere.

Sono stanco e furioso. E così sogno un 8 marzo di rivolta feroce, capace di affermare con rabbia. Quella rabbia che stiamo abbandonando in nome del politically correct. Sogno un 8 marzo di irruzioni nelle case dove si esercitano violenze di genere, fisiche e psicologiche. Sogno un 8 marzo di invasioni delle chiese e dei confessionali dove si legittima il predominio del maschile. Sogno un 8 marzo di distruzioni dei centri di aiuto alla vita dove si sancisce l’annullamento culturale e la libera scelta femminile. Sogno un 8 marzo in cui abbattere le istituzioni, i governi e i parlamenti, i consigli regionali e i comuni perchè è dal potere politico che viene avallato questo stato di cose. Sogno un 8 marzo in cui entrare nelle industrie e nei luoghi della produzione perchè è sul corpo della donna che si ottiene maggiormente il profitto…
Poi mi sveglierò. E andrò all’iniziativa militante. Stanco, ma con la consapevolezza che occorre anche il lavoro quotidiano.

 
Buon 8 marzo. A tutte e a tutti.

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Tre giorni di cattivi pensieri su forconi, forche e forchette

Lungi  da me il voler fare il sociologo, non ne sono capace anche se mi piacerebbe.  Scrivo i miei pensieri, validi come quelli di chiunque altro provi a riflettere  su un fenomeno. Prendeteli con la dovuta cautela, il dovuto distacco, il dovuto  rispetto.

Da  lunedì 9 dicembre l’Italia, ma soprattutto alcune città d’Italia, sono  attraversate da una radicale protesta, che mette in campo alcune generiche  richieste, alcuni obiettivi, alcuni soggetti. Si è assistito a una mobilitazione  complessa e contradditoria, di classe non consapevole di sè, ma al tempo stesso  interclassista. Ne sono stati protagonisti padroncini e piccoli imprenditori,  agricoltori e partite Iva, proletari e studenti, sottoproletari delle periferie  e ultras. In piazza alcune componenti politiche hanno provato a farsi interpreti  della protesta: in particolare i piccoli partiti della destra radicale, ma anche  alcuni storici militanti della Lega e del Pdl. Il Movimento antagonista nel suo  complesso ha provato con ritardo a capire le logiche della mobilitazione,  mostrando inizialmente un generico rigurgito di condanna, partito dal commento  del sempre acuto Osservatorio sulle Nuove Destre di Milano, per poi cercare di  comprendere le dinamiche e le ragioni della protesta (più le dinamiche che le  ragioni, a dire il vero): la componente dei Centri Sociali facente riferimento a  Infoaut, si è lanciata in una difesa della mobilitazione, nelle sue  contraddizioni. La Sinistra istituzionale ha criminalizzato in toto la tre  giorni, rifiutando un approccio politico, e mostrando una superficialità che è  ormai diventata segno distintivo. Proviamo a capirci qualcosa di più.

Innanzitutto  la protesta. Non mi piace, non lo nascondo. Per i temi che mette in campo, e per  quella portata di immaginario di cui si caratterizza. Tricolore e pulsione  identitaria, richiesta particolare e individualista, obiettivi borghesi. E poi  la solita “sparata” sulla casta, sul nè rossi nè neri, sulla politica come male  supremo. E’ una protesta di destra non già perchè è stata intercettata da  soggetti politici (o autodefinitisi tali) di destra, quanto perchè i temi che  richiede sono di destra: conservatori e nichilisti. E perchè la componente che  ne determina la parola è socialmente di destra: il lavoratore autonomo. C’è  ovviamente un Però, altrimenti non saremmo neppure a discuterne. E questo Però è  dovuto al fatto che la genericità delle richieste, la semplicità delle parole  d’ordine, l’immediatezza delle rivendicazioni ha fatto si che un’intera  componente di classe ne venisse attratta e ne individuasse il terreno in cui,  forse per la prima volta, poter articolare la propria rabbia. Una pulsione  anti-sistema, potenzialmente rivoluzionaria che va compresa e perchè no,  intercettata. Una forza riottosa, non necessariamente positiva, che ad esempio,  a mio parere non ha mai avuto il M5S. Se una grossa componente del proletariato,  nella sua forma attuale, è mobilitabile su parole d’ordine conservatrici, non  credo sia da criminalizzare il proletariato, quanto piuttosto sia da ridiscutere  l’ordine del discorso che gli abbiamo proposto noi. Inoltre, da ultimo ma non  meno importante, un diffuso desiderio di ridiscutere la legalità imposta, di  mettere in discussione la propria vita e la propria sicurezza, semplicemente  perchè vita e sicurezza non esistono nei soggetti che subiscono gli effetti  della crisi. Le forze istituzionali della sinistra, partitica e  associativa, stanno mostrando ancora una volta i propri limiti nel non  problematizzare ciò a cui si trovano davanti. Tacciare di opportunismo, di  delinquenza o ancor peggio di fascismo, la protesta nel suo complesso è sintomo  non soltanto di quella miopia determinata da anni e anni di solitudine nei  palazzi del potere senza scendere nelle strade e nelle piazze con le loro  contraddizioni e complessità, ma anche di quella voglia sfrenata di applicare le  categorie di una società superata ad un oggi ricco di problematiche. All’armi  son fascisti…e tutto quello che ne consegue compreso il consueto appello alla  Costituzione e alla sacralità delle istituzioni.

Infine  i Centri Sociali e la proposta di Infoaut. Sono d’accordo bisogna sporcarsi le  mani, bisogna scendere dai piedistalli in cui troppo spesso ci siamo sentiti  forti e vincenti, protetti dal fatto di condividere la lotta con chi la pensa  come noi. Dobbiamo intercettare la classe, consapevoli della necessità di  reinventare anche semplicemente il modo stesso in cui ci si fa classe. E forse  riattraversare una prassi meno consueta per reimpostare una teoria più  confacente ai tempi. Ma attenzione, tanto più complessa è la società, quanto più  complessa è la lotta per la trasformazione dell’esistente. Ed è fatta di lotta  sui vari livelli, di incisione sul reale, ma anche di analisi e di incisione  sull’immaginario. Se ad incidere su questi piani, sono parole d’ordine, pratiche  e ideologie reazionarie, la risposta sarà necessariamente reazionaria. Così,  sporchiamoci le mani e apriamo un canale di comunicazione con una componente di  classe che altrimenti ci sfugge, avete ragione. Ma facciamolo in altri luoghi e  in altri momenti, nella vita e nella lotta di tutti i giorni e non nelle piazze  determinate dalle parole d’ordine della borghesia reazionaria. Abbiamo la  possibilità di articolare un discorso complesso con parole semplici, non  rinunciamoci in partenza.

Nel  buttare giù questa riflessione, che serve più a me per mettere ordine ai  pensieri che non a qualcun’altro, ammetto la difficoltà della situazione e  l’insufficienza della mia prospettiva, di precario ma garantito, circondato  anche lavorativamente dalla complessità del sociale e dalla dirompenza della  disperazione. Ma lo ammetto: fra i Forconi di questa protesta, le forche a cui i  militanti duri e puri vorrebbero appendere gli intellualoidi/sociologi e le  forchette di una sinistra istituzionale che pensa solo a rimepire la pancia,  preferisco rimanere tigre di carta davanti a una tastiera e dietro un monitor. E  osservare per ripartire.

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19 ottobre 2013: siamo in Movimento.

Quella di ieri, 19 ottobre, è stata una straordinaria giornata. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza, letteralmente sfidando i consueti bollettini del terrore di giornalisti più o meno prezzolati, ma tutti completamente asserviti a una rappresentazione della società che sfugge dalle dinamiche reali. Una splendida componente militante ha realizzato in un appuntamento nazionale ciò che nei singoli territori accade nelle lotte quotidiane: la saldatura con uno strato sociale allo stesso tempo composito e di classe. I Movimenti di lotta per la casa e per il diritto all’abitare hanno riportato un successo storico in termini di quantità e qualità: migliaia e migliaia di occupanti, belli come il sole con le loro vite arricchite da riappropriazioni più o meno recenti, una miriade di migranti con i bambini al seguito, a comporre quel meticciato che già c’è nelle nostre metropoli e nelle vite di tutti i giorni. L’Autorganizzazione non più semplicemente cantata come un mantra da evocare, ma finalmente vissuta realmente come pratica, l’unica possibile nell’epoca dei poteri transnazionali. Una risposta al teatrino della politica, che ancora stamattina incentra la propria attenzione sugli ultimi dinosauri rimasti nel nostro paese, Berlusconi, Monti, Grillo, Letta e sugli zoo nei quali li teniamo rinchiusi, si chiamino parlamenti, ministeri, governi. E poi i compagni e le compagne di tutta Italia, ancora una volta assieme, a costruire un tentativo di unità reale, seppur difficile, e comunque in grado di trovare una mediazione possibile, ciascuno con le proprie pratiche, non criminalizzabili nè autolesionisti.

Ci siamo, verrebbe da dire. Se non fosse che questo deve essere solamente un inizio da cui partire, che i nemici sono sempre lì ancorati nella loro sordità ai luoghi di potere dove sono nati e cresciuti. Se non fosse che anche stamattina le ammiraglie dell’informazione di regime (da Repubblica al Corriere, dal Fatto Quotidiano alla Stampa) hanno provato a ripetere la loro descrizione della giornata, fatta dei consueti paradigmi, che hanno stancato tutti eccetto loro stessi.

Ma la strada intrapresa è quella giusta, bellissima ma difficilissima. L’entusiasmo che una giornata del genere lascia, deve essere riportato nelle singole città a dimostrazione che ciascuna lotta particolare e territoriale può e deve saldarsi col resto di un Movimento variegato e antagonista. A realizzare quella ricomposizione sociale nel conflitto di cui tanto parliamo, ma che finalmente vediamo possibile all’orizzonte.

Se ieri è stato appena un barlume di sollevazione generale, almeno abbiamo sollevato la testa per guardare assieme la strada da percorrere. Non ci sono scorciatoie ma sappiamo che è quella giusta.

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Genova non è il nome di una città. Genova è insieme un luogo, un tempo, un evento. E sensazioni.

Genova non è il nome di una città. Genova è insieme un luogo, un tempo, un evento. E sensazioni. La memoria fa confusione a 12 anni di distanza. I ricordi si concentrano su alcuni particolari e ripercorrerli disordinatamente ti riporta a un tempo lontano, a un io lontano. Solo la pelle d’oca è la stessa.

Carlo Giuliani è rimasto ragazzo, per sempre ragazzo. Noi no, siamo cresciuti. E non abbiamo più quella forza, quel coraggio e quella spensieratezza. Discorso banale, ma vero. 

Chissà che fine ha fatto quella ragazza francese del corteo per i migranti. Era bellissima, tutta vestita di nero. “No justice, no peace, fuck the police”, gridava. Ora forse lavorerà in banca. O forse no, s’è mantenuta compagna e vive in una casa occupata di una banlieu parigina. 

La mattina del venerdì, fatidico 20 luglio, entriamo in un bar per far colazione. Ci sono dentro tanti compagni. E tanti sbirri. “Hai presente il cartone animato di Beep Beep e Willy il Coyote” mi dice G.. La quiete prima della tempesta. E’ spaventoso. Ma quanto era buono quel cornetto.

Durante il grande corteo del sabato ci stavano caricando. Noi e tutti quelli che ci hanno raggiunto, i compagni e gli amici da casa. Anche mio padre. Mi sentivo per loro come il padrone di casa a un evento. Dovevo e volevo raccontare, illustrare, guidare. Durante il corteo, dicevo, ci stavano caricando duramente e si scappa. Cavolo, mio padre. Dov’è? Era corso in avanti più veloce di me. Rivincita generazionale.

K. è venuto a Genova in incognito, a casa nessuno lo sa. Non vuole litigare, nè far stare in pensiero. Appena scesi lo avvicina e lo intervista la BBC. Speriamo che non lo mandino in mondivisione. 

La festa di Piazzale Kennedy è meravigliosa. C’è pieno di gente, di compagni. Si discute e si balla, si beve e ci si abbraccia. Ciascuno ha un suo mondo possibile in testa. Trecentomila mondi possibili. Chi ha detto che questo è l’unico?

Quando in Piazza Da Novi inizia il delirio, un compagno incappucciato osserva l’insegna di una farmacia ormai devastata. Rimane appesa ed intatta solamente la lettera R. Prende un sasso, un sanpietrino e la colpisce, abbattendola. Che mira.

L’anziano signore genovese che ci apre la casa per farci fuggire dalla polizia, noi rimasti in quattro, ci ha salvato. Ci guarda con compassione, ma anche con comprensione. E’ con noi, ma non condivide quel delirio là fuori. E forse neppure noi. Non si fida completamente, ci lascia in giardino, accompagnandoci ad uno ad uno per andare in bagno. Riceve la telefonata della figlia e si mostra un po’ più sospettoso. Ma è un compagno. Penso che sappia di esserlo. Chissà se ha rimpianto di averci aiutato quando riceve gli insulti dai vicini di casa.

Lo sbirro-pompiere che ci punta il fucile lancia lacrimogeni al petto non lo dimenticherò mai. Ci intima il mani in alto. Non dimenticherò neppure G. che abbassa le mani e di nuovo quella voce da servo, metallica ma feroce: “Ho detto mani in alto, merde!”

Nell’armadio ho ancora una maglietta gialla, orribile. E’ dell’UDU, unione degli universitari, la tengo per ricordo. Li incontriamo in piena fuga, noi siamo in tre (o forse c’è qualcun’altro che si è aggiunto). Io son vestito in maniera inequivocabile. Maglietta nera, felpa nera, pantaloni militari, anfibi al ginocchio, foulard nero. Non ero un black block. Era il mio provinciale senso di ribellione ai diktat delle Tute Bianche. Comunque, dobbiamo oltrepassare una specie di check point e così vestito mi aggredirebbero, mi investirebbero, mi arresterebbero. Così chiedo una maglietta gialla e per un attimo divento dell’UDU. Istinto di sopravvivenza. 

Quando la manifestazione dei migranti entra nel tunnel vicino al porto, tutti urlano. E’ incredibile, assordante, meraviglioso. E’ l’urlo di 6 miliardi di persone. 

I miei anfibi sono bellissimi. Li ho comprati al negozio dell’usato che c’era a Massa. Originali dell’esercito tedesco 80mila lire. Praticamente nuovi. Li uso molto ma mai ad un corteo, prima di quella volta. Al ritorno al campeggio della Sciorba la prima sera, i calzini sono rossi di sangue. Benedetta signora della rete di Lilliput e benedetta organizzazione: mi riempie di disinfettante e di garze. 

Mio padre segue la diretta del corteo e degli scontri del venerdì su radio Popolare. Io non ho il telefono cellulare, ma per fortuna G. si. E nella giornata di fuga a cui noi cani sciolti e spaventati siamo costretti, ci aggiorna sulla situazione e su dove è meglio muoversi.

Mio cugino M. ci raggiunge da Milano. E’ venuto in macchina. Dopo una giornata di scontri di fuoco e di deliri vari, ha il terrore di ritrovare l’auto in condizioni disperate. Lo accompagnamo a riprenderla ed è miracolosamente intatta. Alla sua sinistra un furgoncino devastato contro una saracinesca. Alla sua destra un auto incendiata. Il blocco nero ha rispetto per le auto proletarie. 

Genova non è il nome di una città. Genova è insieme un luogo, un tempo, un evento. E sensazioni. E’ la cosa allo stesso tempo più straordinaria e drammatica della mia vita. Non riuscire a renderne lo spirito è la cosa più pesante. Nel 2005 gestivo un circolo a Massa. Il 20 luglio a notte inoltrata dopo la chiusura, sono lì con gli amici di sempre, a chiacchierare. G. all’improvviso si ferma e ci dice: “Vi ricordate quattro anni fa? Che senso di appartenenza, che spirito, che bello! Ora non c’è più, abbiamo perso.”

La sconfitta è un concetto non sempre così assoluto e soprattutto esiste la rivincita. Quel movimento indubbiamente ha perso, fra riflussi, repressione e individualismi vari. Ma noi siamo qui. Per riprovarci, per ripartire.

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L’incidente del mostro Farmoplant. Il mio 17 luglio 1988

Nel 1988 avevo tredici anni. Alle 7,30 di quel 17 luglio dormivo, cosa non così scontata, vista la mia perenne propensione a svegliarmi presto, credo inculcata da mia madre per la quale il dormire la mattina rasenta la colpa capitale. Anche mia sorella dormiva. Mio padre ci venne a svegliare concitato. C’era una strana nube in cielo, nera, minacciosa. Aveva sentito un’esplosione poco prima ma non gli aveva dato tutta questa importanza. Però, ora, quella nube non lasciava spazio a molte interpretazioni. Quel mostro che popolava quotidianità, cronache e immaginario anche di noi ragazzini aveva colpito. Dovevamo scappare.

E’ una reazione di per sè logica. Lo è ancor di più per chi ha vissuto da abbastanza vicino il disastro di Seveso del ’76. Io avevo un anno e vivevamo a Milano. La cosa aveva segnato fortemente: sarebbe stato uno dei molti incidenti ambientali del Capitalismo in espansione. Avevo in casa un fumetto che raccontava la storia di Seveso, chissà che fine ha fatto, perso forse nei traslochi. Quella mattina mi ritrovai spesso a pensare alle immagini di quel fumetto.

Ricordo la fuga in macchina, noi quattro più una vicina di casa e il suo cagnolino, verso la Versilia, Forte dei Marmi, Lido di Camaiore. Ricordo molte auto, l’incertezza, la radio accesa. Non si capiva molto, le voci si rincorrevano, si parlava di morti e feriti. “Chissà se oggi faccio intempo a vedere la tappa del tour”, pensavo. I miei genitori decisero di andare vicino a Portovenere, nel paese prima, Le Grazie, a dormire da mia nonna. Il giorno successivo, ricordo, Repubblica apriva con la notizia. “Massa in prima pagina su Repubblica, che onore!”, pensai. Mio padre leggeva Repubblica (la abbandonò pochi anni dopo, fortunatamente), e in me già si presentavano i primi sintomi di quello strano feticismo per i quotidiani che ho ancora.

Quando passavi davanti alla farmoplant, o Montedison come impropriamente la chiamavamo noi, visto che era la vecchia denominazione, si faticava a respirare. A 100 metri c’era un bellissimo campo da pallone semi-abbandonato, di proprietà di una colonia estiva. Andavamo spesso lì a giocare, bastava saltare la rete. Al campo della colonia a seconda di come tirava il vento si faticava a giocare per la puzza. Puzza di uova marce.

“Questa è stata la tua prima manifestazione”, disse mio padre in tono quasi solenne. Mi ci portò lui. Era un corteo per la chiusura della Farmoplant, qualche anno prima dell’incidente. In un’altra occasione andammo ad un corteo in bicicletta. Fu molto divertente. Chissà, magari il mio amore per le manifestazioni lo devo a quel mostro.

La vicenda della Farmoplant fu anche un esempio pardigmatico del conflitto ambiente/lavoro. Il PCI si schierò contro la chisura dello stabilimento, per la difesa dei posti di lavoro. Concetti come riconversione sembrano alieni oggi, figuriamoci allora.

La Farmoplant ha segnato la nostra infanzia, popolato le nostre menti, invaso i nostri polmoni. Era il Capitalismo selvaggio contro la popolazione, il territorio, la natura. Contro il buon senso, l’umanità, la vita. Esattamente come il Tav, l’Ilva, il Muos, i rigassificatori di Livorno, la difesa delle Apuane. Tutto quello contro cui stanno lottando i Movimenti degli uomini giusti. A Massa è difficile trovare un nucleo familiare senza un morto di tumore. Anche mio padre. Non so se la cosa sia da attribuire a quel mostro.

L’incidente di venticinque anni fa pose le condizioni per la successiva chiusura. Nel frattempo il Capitalismo non è più in espansione ma in decadenza. Tuttavia le sue minacce concrete alla vita di noi tutti proseguono. Spetta a noi batterci e portare le nuove generazioni alla presa di coscienza. Perchè no, magari in bicicletta.

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La dolce estate era già cominciata. Fra oranghi, fumatori incalliti e oppositori deportati

Enrico Bondi è un dirigente d’azienda italiano, il classico imprenditore per tutte le stagioni. Si è occupato, fra le altre, di Montedison, Parmalat, Telecom e persino di Parma Calcio. Serve per tappare i buchi del Capitalismo selvaggio, solo che generalmente per questo usa i corpi degli operai. E’ stato commissario nel governo Monti, amministratore delegato dell’Ilva ed attualmente è commissario governativo Ilva del governo Letta (come dire: diamo libero sfogo al conflitto d’interesse).
Se hai alle spalle una carriera di tale brillantezza non hai pelo sullo stomaco, nè sulla lingua. E generalmente disprezzi l’intelligenza umana. Enrico Bondi il 13 luglio di questo mese ha dichiarato: “l’elevata incidenza di tumori è conseguente al fatto che essendo Taranto città portuale e marittima, negli anni c’è stato un maggior consumo di sigarette e quindi un maggior ricorso al fumo.”. L’inquinamento dell’Ilva non ci incastra nulla.

 

Angelino Alfano e Emma Bonino sono due ministri della Repubblica del governo Letta. Alfano è attualmente  ministro dell’interno e vicepresidente del consiglio dei ministri, ma è già stato Ministro della Giustizia nel governo Berlusconi e segretario del Popolo della Libertà. Il classico politico per tutte le stagioni. Emma Bonino è attualmente Ministro degli esteri. E’ stata Commissario europeo, ministro per il commercio internazionale e per le politiche europee nel Governo Prodi, vicepresidente del senato. La classica politica per tutte le stagioni. Se sei un politico o una politica così navigata, non hai pelo sullo stomaco, nè sulla lingua e generalmente disprezzi l’intelligenza umana. Angelino Alfano e Emma Bonino hanno dichiarato di non sapere nulla del caso Ablyazov-Shalabayeva. Il caso cioè della moglie di un oppositore politico kazako che è stata catturata assieme alla figlia e rispedita in Kazakistan dove rischia discriminazioni, incarcerazioni, torture. Ora le cose sono due, o i ministri di interno e esteri non erano a conoscenza della cosa e dovrebbero essere inquisiti per incapacità, o ne erano a conoscenza e dovrebbero essere inquisiti per la gravità dei loro atti.
Roberto Calderoli è attualmente vicepresidente del Senato (per la terza volta). E’ stato ministro per le riforme istituzionali e ministro per la semplificazione normativa. Il classico politico per tutte le stagioni (generalmente quelle peggiori). Se sei un politico così navigato, non hai pelo sullo stomaco, nè sulla lingua e generalmente disprezzi l’intelligenza umana. E in questo lui si distingue particolarmente.
Roberto Calderoli a un comizio della Lega ha dichiarato: “Quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare alle sembianze di orango”.

Questa breve rassegna stupisce non tanto perchè siamo ingenui, in fondo al peggio non c’è mai fine. Stupisce perchè è l’espressione media della classe dirigente italiana, sia politica che industriale. Eppure, di fronte a tutto questo, non abbiamo una presa di coscienza collettiva. Non assistiamo a una levata di scudi, nè a una generalizzata indignazione. Tutt’al più si considerano dichiarazioni malate, qualche volta persino folkloristiche. Credo, al contrario, che siano uno specchio, un segno, un sintomo ma anche un’opportunità. Sono lo specchio della corruzione del potere in una società capitalistica, in cui, per compiacere ai potenti di turno si fanno affermazioni che scadono nel ridicolo. Sono il segno della realpolitik bipartisan imperialista. Sono il sintomo della decadenza culturale e umana della società occidentale, inchinatasi alla sua antistorica pulsione di chiusure e confini.
Sono tuttavia, come dicevo, un’opportunità: quella di comprendere finalmente che occorre un salto politico, culturale e logico nella nostra concezione di amministrazione e nelle nostre aspirazioni. Quel salto che metta in discussione le classi dominanti col loro portato di ignoranze diffuse e che parta da un’autorganizzazione popolare, orizzontale e conflittuale. In fondo siamo tanti, abbiamo conoscenze e voglia di cambiare. E le piazze sono lì che ci aspettano.

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Quando il fuoco degli altri purifica di più

La Tunisia e l’Egitto. La Turchia, la Grecia e la Bulgaria. Ora il Brasile e di nuovo l’Egitto. Un bel pezzo di mondo sta bruciando. E’ inutile e fuorviante esaltare i punti di contatto, viste le specificità, ma l’elemento in comune è il fuoco. Fuoco delle coscienze e delle libertà. Fuoco delle macchine, dei negozi e dei blindati della polizia. Accese le micce delle speranze collettive, prima che individuali. Il caldo di quelle fiamme arriva anche da noi e scalda il cuore. Non esistono lotte locali, quindi è una rivolta per tutti. Anche per chi si trova a domandarsi sulla possibile riproducibilità di quelle dinamiche.

Facebook è dispersivo. E’ un social network pericoloso perchè anzichè descrivere la realtà, rischia di sostituirvisi. Eppure è uno specchio, seppur deformato. Su facebook le vicende che infiammano gli altri paesi vengono seguite attentamente. Aprono desideri di emulazione, voglie di quella riproducibilità di cui sopra. Su facebook spesso ti capita di assistere a un paragone: da una parte l’elenco dei paesi in rivolta, dall’altra la presunta staticità italiana. “In Italia si scende in strada solo per il calcio”, si legge.

L’Italia non è statica. In Italia ci sono miriadi di piccole rivolte quotidiane, negli angoli più remoti, per i motivi più disparati, tutti accomunati dal desiderio di un altro mondo. E poi ci sono grandi momenti collettivi in cui quel fuoco, lo stesso fuoco delle primavere arabe, degli anticapitalisti turchi e brasiliani, degli anarchici e dei comunisti greci, brucia. E il fuoco quando brucia non riesce a controllarsi. Tanto meno ha rispetto per chi vorrebbe porvi un controllo, deciderne una direzione.

Quando in Italia si assiste a momenti di rivolta locali o globali (ma sono tutti globali, dicevamo, non esistono lotte locali), improvvisamente si assiste a una presa di distanza collettiva. I mezzi d’informazione e l’opinione pubblica, gli intellettuali, i benpensanti e anche tutti quelli che guardano alle rivolte d’altrove con ammirazione, il vicino di casa e l’edicolante di fiducia, tutti si indignano. E’ successo il 14 dicembre, il 15 ottobre e il 3 luglio. E’ successo nelle contestazioni ai ministri o ai potenti, nelle lotte per la difesa del posto di lavoro o contro la carcerazione dei migranti. D’ogni dove la caccia al cattivo piromane. E su facebook, ovviamente.

Non so se ci avete fatto caso, ma quelli che ripetono come un mantra il paragone con le rivolte degli altri paesi per sottolineare l’assenza di movimento da noi, sono i più forcaioli nell’accusare ogni focolaio di ribellione interna. Fioccano i distinguo, si scatena la litania della non violenza. Si propaga il desiderio di legalità.

Il Movimento è come un fiume, si diceva una volta. Scorre sotterraneo per lunghi tratti, poi improvvisamente fuoriesce. E intanto scava, sottoterra e in superficie. Erode la pietra. Quando esce è potente, ma è incontrollabile, invade tutto, provoca sconquassi, non è arginabile. E incendia. Dall’acqua al fuoco. Su facebook il fuoco dei paesi lontani purifica di più. Si chiama ipocrisia. Altro mezzo in mano al capitalismo medievale.

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Il femminicidio, la cultura patriarcale e la nostra connivenza

Al lavoro, quando non faccio in tempo a tornare a casa per pranzo, mangio un piatto di pasta in una trattoria della zona. Da un po’ di tempo mi fermo sempre nella stessa trattoria. Mi piace perchè è frequentata da vari lavoratori in pausa pranzo: muratori, cavatori, camionisti. Entrano in abiti da lavoro e la cosa dà quel tocco in più di popolare. Alcuni mi scambiano per uno sbirro, altri più informati mi considerano uno dei terribili “servizi sociali”, uno di quegli intoccabili che possono levare i figli alle madri. Come di consueto non faccio nulla per smentire le voci. Eccessivamente educato, sempre silenzioso, mi diverto ad ascoltare i discorsi degli altri tavoli. Mi sembra una fotografia di vite e culture che ho conosciuto troppo poco, uno sguardo a fondo da un altro punto di vista.

Qualche giorno fa, davanti a un piatto di penne all’arrabbiata, mi appassiono alle considerazioni del tavolo vicino. Ci sono tre uomini, probabilmente tre muratori. Sono abbastanza anziani, e trasmettono un senso di vita dedita al lavoro, di fatica, ma anche di orgoglio. Parlano ad alta voce ed ispirano un’allegria contagiosa, soprattutto il più loquace dei tre. Alla televisione, come al solito, Studio Aperto: vergognoso come sempre, con la sua innata capacità di lucrare politicamente sulle tragedie. I tre uomini commentano le notizie e la simpatia aumenta: sono uomini di sinistra, ma quella sinistra popolare. Attaccano Berlusconi, accompagnati dalle immancabili bestemmie, sempre più improbabili. Passa qualche minuto, mi sta arrivando il caffè. Il telegiornale è proseguito e le immagini si soffermano sulle bellissime di Cannes, direttamente fotografate sulla passerella, nei loro abiti eleganti. Dal tavolo vicino non possono mancare i commenti. Uno ammicca di gomito all’altro. E poi d’improvviso, la sentenza: “Quelle? Son tutte puttane!”. Il discorso è chiuso, gli ammiccamenti non servono più. E’ arrivato il marchio a fuoco dell’infamia, la scure dell’oscurantismo maschile…

Nel tornare a casa dal lavoro, quando riesco, ascolto volentieri il GR di Radio Popolare. Mi sembra uno dei pochi sguardi interessanti sul mondo che la nostra informazione ci fornisce. Apre con l’ennesimo caso di barbaro femminicidio e mi torna in mente la sentenza della trattoria.

Esiste, è ovvio, una scala di gravità nei comportamenti maschilisti. Ma, mi chiedo, è possibile tracciare una linea fra una visione patriarcale che ti porta ad apostrofare ogni esistenza femminile che esce dalla normalità, in maniera ferocemente dispregiativa e un comportamento violento che porta all’uccisione? Non fanno forse parte della medesima cultura per cui, la presa di parola femminile, sia essa pubblica o all’interno delle relazioni di coppia o familiari, porta a uno spaesamento e auna becera reazione nel maschio italiano? Esiste una complicità di chi, come noi, prova a rompere questi schemi e a fare dell’antisessismo un terreno di lotta politica e culturale?

Si, forse siamo tutti responsabili. Anche chi prova a comportarsi da disertore rispetto alla cultura patriarcale. Lo siamo nella misura in cui non troviamo la forza di essere sempre intransigenti. Lo siamo quando le discussioni come quelle della trattoria avvengono nei contesti che frequentiamo, sia pur meno feroci, e non interveniamo. Lo siamo nei momenti in cui non ci indignamo a sufficienza.

Si, questa scala di gravità esiste. Ma se non cominciamo ad incidere anche ai livelli più inferiori, se non proviamo a scardinare radicalmente i paradigmi culturali nei quali siamo melmosamente coinvolti, siamo tutti conniventi. Noi compagni prima di tutto.

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