Massa e le elezioni. Una strategia per sopravvivere.

La nostra è una città politicamente strana. E’ come se vivesse costantemente un desiderio diffuso di partecipazione politica, ma allo stesso tempo non riuscisse ad individuare luoghi, momenti, spazi adatti in cui concretizzare questa voglia. Associazioni, circoli, collettivi (ed anche qualche residuo nelle forme di partito classiche) esprimono una miriade di idee, di iniziative. Un insieme di conoscenze diffuse e di intelligenze all’opera. Quasi sempre sotto traccia, un tantino autoreferenziali.

Poi, nel momento delle elezioni, è come se questa voglia di partecipazione esplodesse, intrecciandosi con i professionisti della politica di palazzo, senza rendersi conto che giocare in un tavolo truccato non ha senso, anche se si possiedono carte buone.

Il problema di una parte determinante delle realtà politiche che auspicano un mondo differente nella nostra città (riproponendo in toto ciò che accade in gran parte del nostro paese), è quello di non trovare terreni alternativi alla partecipazione elettorale per contare e per incidere nel proprio tessuto sociale. Sembra che l’unica possibilità che abbiamo sia quella di rivolgerci al palazzo. Eppure le condizioni per assumere su di noi le sorti della nostra vita sembrano esserci tutte, oggi più che mai: la finanza ha pervaso le nostre vite, spossessando la politica del suo ruolo originario; la crisi sta erodendo i nostri spazi, investendo i nostri diritti, a partire da quello alla salute, al lavoro, alla cultura.

Occorre, insomma, delineare uno scenario d’azione possibile, anche e soprattutto per cominciare a prospettare strategie collettive di resistenza di fronte al crollo dello Stato sociale: micro-comunità capaci di farsi carico dei problemi dei più deboli e pronte a mettere in campo sperimentazioni di autoreddito, di mutuo socorso, di sostegno reciproco. Ma per realizzare tutto questo vi è la necessità di fare un salto logico e politico determinante:

bisogna, cioè,  tornare a parlare dell’Occupazione di uno spazio come luogo di sperimentazione collettiva.

 E’, a mio parere, questo il nodo determinante per delineare un’altra politica per la nostra città. Occupare significa di fatto mettere in campo un’azione comune, per elaborare un linguaggio plurale, per la risoluzione di una miriade di problemi. Significa sperimentare insieme. Perchè è solamente da questo “insieme” conflittuale che può partire la riappropriazione della politica.

Occupare significa mettersi in gioco e combattere per noi, fra noi.

Occupare è cominciare a pretendere il pane e le rose, ma in una maniera differente: facendoci fornai per cuocere il pane, facendoci fiorai per coltivare le rose.

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