Le superiorità morali ai tempi di Re Giorgio.

Viviamo una fase politica drammatica ma, per la sua drammaticità, paradossalmente ricca di potenzialità. E non perchè ci piace ballare sulle macerie, quanto piuttosto perchè per ricostruire, prima bisogna farle ‘ste macerie.                                                                            Tuttavia non mi voglio soffermare su questo, ma piuttosto sul livello di credibilità raggiunto dalla rappresentanza in questo paese. Leggo che al termine del primo giorno di votazioni, nelle regionali del Friuli abbiamo un calo di votanti del 20%. E’ una buona notizia.

Alcune delle iniziative delle nuove forze parlamentari hanno assunto il senso del ridicolo. Alcuni modi di proporsi, perfino di esporsi sanno tanto di tecnicismo ostentato. La vicenda dei portavoce poi è la cosa più divertente, dai tempi del malore di Andreotti in diretta.

Ma non è questo che mi preoccupa e che mi indigna di più, anzi.

La cosa più ridicola è un altra. E’ la presunta superiorità morale di militanti e simpatizzanti PD (già di per sè affiancare superiorità e PD è come mettere il formaggio sulla pasta al pesce, a qualcuno piace ma lo dice più che altro per stupire..), democratici in casa degli altri, che dopo aver basato il proprio unico credo politico sull’avversità nei confronti del Cavalier Berlusconi, inteso come il nemico pubblico numero 1, l’anomalia tutta italiana contro cui scagliarsi, il male supremo per opporsi al quale era possibile sacrificare tutto (e tutti..), ora si trovano a dover sostenere un accordo con lui e con la derelitta accozzaglia di alleati e servi. Ammetto che nella mia ingenuità pensavo che non l’avrebbero accettato. Insomma un moto d’orgoglio, amici miei. Niente. Mi scoccia dirlo, ma aveva ragione Nanni Moretti: siamo la generazione di Happy Days. E’ normale che sia Matteo Renzy il nostro naturale rappresentante.

E, insomma, questi piddini lo fanno non tanto dando l’idea di dover ingoiare qualcosa. No, lo fanno dall’alto della loro superiorità morale: per spirito di collaborazione, per l’amore del paese, per la governabilità, per il senso dello Stato. Esattamente quel senso dello Stato (ammesso che esista e non che, piuttosto, l’intelligenza umana debba annientare una volta per tutte questo concetto ridicolo) che li ha portati fino ad ora a legittimare la distruzione di ogni appartenenza comunitaria, l’abolizione di ogni misura sociale.

Se questa è l’unica uscita possibile dalla crisi istituzionale in corso, lasciateci nella crisi, tanto noi ceti popolari ci siamo abituati. E chissà mai che un orgoglio di ribellione, ma non quella istituzionale che vede in Rodotà la panacea di tutti i mali come se con la sua elezione avremmo distrutto una volta per tutte il Capitalismo. No, una ribellione sociale. Ne abbiamo un disperato bisogno. Siamo stanchi di dover ridere, perchè il nostro piangere fa male al re. Anche se il nostro re ha 88 anni.

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