L’ipocrisia dell’ascolto del cittadino. Dalla trasformazione della politica al “Movimento 5 Stelle”

Secondo un sondaggio online realizzato dal quotidiano Il Giorno per il 95 % delle risposte è giusto sgomberare un campo nomadi. Il sondaggio non ha ovviamente valenza statistica ma mi sembra indicativo.

“La Repubblica” di Platone è un testo affascinante e straordinariamente educativo per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di leggerlo (o la sfortuna di studiarlo). Parla di politica, di amministrazione, di funzionamento dello Stato. Fra i numerosi spunti di riflessione ce ne sono alcuni che hanno costituito elementi cardine della storia politica del ‘900 e che il nostro millenio, con la sua voglia di novità a tutti i costi, ha vergognosamente dimenticato. Fra questi mi ha sempre affascinato la divisione dei ruoli all’interno dello stato determinata dalle inclinazioni individuali e delle appartenenze culturali: il filosofo doveva occuparsi dell’amministrazione per una naturale propensione a far prevalere l’interesse collettivo a quello individuale.

Ho sempre pensato che compito nobile e primario della politica e delle organizzazioni nate per farla, fosse quello di costruire, a partire da un’ideologia di fondo, un disegno complessivo della società all’interno del quale far confluire tutte le istanze particolari. E ho sempre pensato, in sintonia con l’idea platonica, che il fare politica spettasse a coloro che avessero la lucidità di far convergere le rivendicazioni immediate in questo disegno complessivo.                                                                                                                                  Insomma, ho sempre creduto che compito della politica fosse quello di ascoltare le istanze popolari e di inserirle in un contesto più ampio di trasformazione. La lotta particolare contro un’opera dannosa ha senso se è parte di una lotta più complessiva di riconsiderazione della società in cui viviamo, nella quale il momento conflittuale costituisce esempio per proporre un nuovo modello di società verso cui tendere.

E’ un dato di fatto che da diversi anni a questa parte non è più così. La rinuncia all’ideologia è stata drammatica. Non è facile elencare i responsabili di tutto questo, ma è facile dire che la progressiva trasformazione di una forza come il PCI (discutibile quanto si vuole, non è questo il punto) ha costituito la ragione primaria.

C’è poi chi in questa progressiva trasformazione del ruolo della politica sta svolgendo un ruolo decisivo e pericolosamente convincente.

Riflettevo l’altro giorno sull’iniziativa del Movimento 5 Stelle denominata “Programma Insieme”. Si basa sulla realizzazione di punti di raccolta sul territorio per ottenere dai cittadini delle proposte da inserire nel programma. Apparentemente un’iniziativa nobile e popolare. Se però proviamo ad analizzarla nel concreto nasconde al suo interno degli elementi pericolosi e fuorvianti.                                                                                                     Mi spiego anche in rapporto alla funzione della politica di cui parlavo prima. Il Movimento 5 Stelle ha rinunciato di principio all’ideologia. Ha programmi profondamente differenti da luogo a luogo, insegue il dogma della partecipazione, indipendentemente da ciò che dice chi partecipa. Di più, ha fatto della parola del leader un mantra intoccabile e indiscutibile.     Con questo ha sancito la sconfitta del ruolo primario della politica, quello non già di orientarsi a partire dagli istinti del popolo, bensì quello di provare a portare i cittadini a condividere un disegno complessivo della società in cui gli interessi particolari si inseriscano in un contesto più ampio di bene collettivo. Fare politica, fare movimento, soprattutto in un contesto così difficile come quello di oggi, è cercare di portare le persone a modificare le proprie convinzioni, costruite su decenni di paure indotte, sfruttamenti legalizzati, egoismi vari.                                                                                                                                                     Qui non si tratta di mettere in discussione il ruolo del cittadino come propositore, nè tantomeno di discutere l’autorganizzazione. Si tratta, al contrario, di tornare a vedere la politica come momento educativo di risoluzione dei problemi e momento di  progressiva trasformazione della società.

Se dovessi basare il mio programma su ciò che emerge in un punto d’ascolto di una periferia in rapporto all’immigrazione, credo che otterrei risposte di chiusura, escludenti, persino forcaiole (è ciò che è emerso ad esempio dalle voci raccolte a Turano sull’ipotesi di trasferirvi un gruppo di cittadini nomadi). Mio compito in questo caso non sarebbe quello di farmi interprete della volontà istintiva, ma piuttosto quello di pormi come soggetto in dialogo, con l’idea di trasformare questa concezione, inserendo la vicenda in una più complessiva idea di trasformazione, in cui diritto alla casa, al lavoro, alla mobilità siano garantiti per tutti.

I partiti politici nella stragrande maggioranza vi hanno rinunciato, qualcuno ci ha marciato su, ritagliandosi il ruolo di difensore del cittadino. Noi Movimento dobbiamo continuare a lottare in questa direzione.

 

 

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